mercoledì 24 settembre 2014

XIII - Fatica

Buonanotte a tutti voi (strano usarlo come saluto iniziale, ma sono le 01:01, quindi direi che è alquanto appropriato) che probabilmente siete già nel mondo dei sogni, o che magari siete in giro per le strade della vostra città a bere e a divertirvi con gli amici.
Io invece sono appena tornato da "faticare" (non il genere di fatica che al sud Italia viene erroneamente confuso con il lavorare); ho ricominciato ad allenarmi.

Ecco, a tale proposito. Piccola cosa che di me non vi ho ancora detto (mi sembra): sono un giocatore di hockey.
Ad essere onesti, "giocatore" è un parolone se lo contestualizziamo nel presente...ero più giocatore qualche anno fa, quando vincevo la coppa Italia o la seria A2 italiana. Adesso sono più un amatore, un appassionato. Uno che si diverte a fare una cosa che ha amato da quando aveva 7 anni.

Sfortunatamente anni or sono ho dovuto abbandonare questo sport meraviglio a causa di un infortunio e di importanti impegni universitari -prima lo studio e poi gli allenamenti!-, ma quest'anno ho deciso di riprendere a giocare, principalmente per due motivi. Il primo è quello economico, visto che ora posso permettermi qualche sfizio tipo l'iscrizione in una squadra, mentre il secondo è puramente estetico...diciamo solo che buttare giù qualche chilo male non mi farebbe :)

Però mamma mia, quanto è faticoso. Per i primi allenamenti della stagione l'impegno richiesto al fisico è sempre più grande, e quindi più stancante. Si torna a casa e si crolla a letto, incapaci di muovere anche solo un dito. Stanchi. Con i muscoli strabordanti acido lattico, dolorosi, indolenziti. Ma spesso questo è un dolore piacevole; è quella fatica che ti fa rendere conto di come il tuo corpo pian piano si stia riprendendo, si stia riadattando a quello sforzo da anni ormai dimenticato. Ma che fatica. 

Esistono mille tipi di fatica, in fondo...la fatica fisica, quella mentale, quella mentale che poi ti porta a sentirti stanco fisicamente. Quella è una sensazione che proprio non sopporto...la spossatezza, il senso di non farcela più, la non-voglia di fare le cose che poi ti portano a sentirti stanco ache nel corpo.
È quella sensazione che ti attanaglia lo stomaco quando litighi con qualcuno a te caro, quando al lavoro le cose non vanno, quando tutto gira storto. Magari non sei stanco fisicamente. Magari è solo nella tua testa, la stanchezza...eppure non riesci a muovere un muscolo quando ti sdrai a letto, e il solo pensiero di uscire o di fare qualsiasi cosa ti stanca.

È tremendo come la mente possa soggiogare il corpo.

Ma quindi...come fare per non essere stanchi? Come fare a tirarsi su di morale quando si litiga con qualcuno? 
Voi come fate? Cosa fate?

Io...nulla. Sto a letto, aspettando che la stanchezza passi. Immobile, impassibile a ciò che mi succede. Ad occhi aperti mi chiudo in un mio mondo, e non ne esco più.

Certe volte basta cambiare nome alle cose per farle sembrare meno brutte. 

Certe volte, la fatica ci sopprime. 
Certe volte, la fatica ci deprime.

Mark Kewolgend 

giovedì 18 settembre 2014

XII post - Contraddizioni

contraddire (o meno corretto contradire) v. tr. [lat. contradīcĕre, comp. dicontra «contro» e dicĕre «dire»] (coniug. come dire; imperat. contraddici). –



Contraddire, contraddirsi, contraddizioni. Parole che sentiamo dire sempre più spesso, in un mondo dove l'integrità morale è cosa ormai dimenticata, se non sempre, almeno il più delle volte. Parole ormai diventate tristemente familiari in ambito non solo lavorativo, ma spesso (e purtroppo) anche all'interno delle mura domestiche, dove dovrebbe regnare l'integrità delle idee.

Ma perchè facciamo così? Perchè le persone non riescono a mantenere l'integrità che contraddistingue gli Uomini (con la U maiuscola) di un tempo?

Voi cosa ne pensate?
Post-lampo, lo so. Scusatemi.

Mark Kewolgend

venerdì 5 settembre 2014

11esimo post - Lavoro e Alieni



Buongiorno a tutti,

come vi avevo promesso eccomi qua a scrivere di un argomento estremamente delicato, a tratti tabù per i giovani italiani della mia età: il lavoro.

Ho pensato e ripensato a quello che avrei potuto scrivere, a come gestire questo discorso, a come fare per evitare di cadere nel qualunquismo. Dopo attenti pensieri, sono riuscito a non giungere ad alcuna conclusione.
Il lavoro nobilita l'uomo, dicono. Ed è vero. Ma il lavoro è anche in grado di annientarlo, un uomo. Marx parlava di alienazione, un concetto che nella nostra società è incredibilmente attuale.
E' facile pensare quali possano essere i lavoratori inseribili nella categoria degli "alienati". Gli alienati sono quelli che compiono lo stesso gesto dalla mattina alla sera, che non hanno possibilità di variare la loro quotidianità. In un contesto simile chiunque si alienerebbe. Ma queste persone che lavoro fanno? Operai? Muratori? Panettieri o cassieri? Non credo proprio.
I gesti ripetitivi sono nel lavoro di quasi ogni persona; tutti noi abbiamo delle cadenze, dei gesti consueti che ripetiamo ogni giorno fino a farli diventare automatici, senza quasi più pensarci. Ecco, questo credo fosse quello che intendesse Marx.

La segretaria risponde alle telefonate, il manager firma documenti, il rappresentante bussa alle porte e parla alle persone, il farmacista vende farmaci ai pazienti, l'avvocato consulta documenti e passa le ore al pc.

So perfettamente che ognuna delle figure che ho appena citato si sentirebbe chiamata in causa a rispondere che no, che non è vero, che il loro lavoro non si limita a quello.
Nulla potrebbe essere più vero.
Ma non è possibile negare che gran parte delle giornate le passino in quel modo, per quanto non vogliano (e vogliamo) rendersene conto.

E allora come si fa? Come si fa a non alienarsi, ad evitare di cadere in quel baratro del "detesto il mio lavoro, detesto la mia vita"? Credo che tutto dipenda da noi stessi.


Regola numero uno: trova un lavoro che ti piace e non dovrai lavorare un giorno in vita tua. Parole sante, parole stupende. Ma non così facilmente applicabili. Al giorno d'oggi, per i ragazzi d'oggi, trovare un lavoro è già difficile, figurarsi se ci mettiamo a fare gli schizzinosi e ad accettare solo lavori che ci aggradano.

Si accetta quello che si trova, pur di lavorare e non finire sotto i ponti.
La mia filosofia è leggermente differente, del tipo trova un lavoro e fattelo piacere. Suona incredibilmente meno poetica della frase precedente, ma credo sia la realtà. Una volta trovato un lavoro è indispensabile andare a cercare quei piccoli dettagli, quelle sfumature che ce lo fanno apprezzare. E aggrapparcisi stretti.

Regola numero due: divertiti al lavoro. Questa per me è fondamentale, e si ricollega alla uno. Dopo aver trovato lavoro bisogna cercare di essere divertenti e divertiti. Con i colleghi, con i collaboratori, con se stessi. Il divertimento nel fare qualcosa è alla base della sua buona riuscita.

E' così da sempre; fare qualcosa controvoglia porta a risultati scarsi, se non controproducenti. Se invece si trova il modo di essere amused da quello che si fa...beh, allora tutto è più semplice.

Regola numero tre: variare. Come dicevamo prima, qualsiasi lavoro ha le sue routine che rischiano di renderlo incredibilmente noioso. Personalmente, mi basta veramente poco per cambiare le mie giornate: cambio tipologia di pranzo, mi vesto in modo diverso, faccio un sorriso in più o mi prendo magari quei 5 minuti in più di pausa per sorseggiare meglio il caffè.


Regola numero quattro: (cercate di) non commettere errori. Purtroppo gli errori si pagano, e quando ne fate uno è sempre meglio ammetterlo e impegnarsi per rimediare e far sì che non succeda più.


Le "regole" che posso stilare io sono solo queste. Purtroppo la mia esperienza lavorativa non è vastissima, e più esperienza farò e più regole riuscirò a redigere.

Oggi forse ho ricevuto una bella notizia al lavoro (ma ho anche commesso un errore..). Però non bisogna mai cantar vittoria prima del previsto. Speriamo bene.




E voi? Che lavoro fate? Vi divertite? Come riuscite ad evitare di essere schiacciati dalla quotidianità di quello che fate?

Si accettano consigli. Disperatamente.


Mark Kewolgend