mercoledì 24 settembre 2014

XIII - Fatica

Buonanotte a tutti voi (strano usarlo come saluto iniziale, ma sono le 01:01, quindi direi che è alquanto appropriato) che probabilmente siete già nel mondo dei sogni, o che magari siete in giro per le strade della vostra città a bere e a divertirvi con gli amici.
Io invece sono appena tornato da "faticare" (non il genere di fatica che al sud Italia viene erroneamente confuso con il lavorare); ho ricominciato ad allenarmi.

Ecco, a tale proposito. Piccola cosa che di me non vi ho ancora detto (mi sembra): sono un giocatore di hockey.
Ad essere onesti, "giocatore" è un parolone se lo contestualizziamo nel presente...ero più giocatore qualche anno fa, quando vincevo la coppa Italia o la seria A2 italiana. Adesso sono più un amatore, un appassionato. Uno che si diverte a fare una cosa che ha amato da quando aveva 7 anni.

Sfortunatamente anni or sono ho dovuto abbandonare questo sport meraviglio a causa di un infortunio e di importanti impegni universitari -prima lo studio e poi gli allenamenti!-, ma quest'anno ho deciso di riprendere a giocare, principalmente per due motivi. Il primo è quello economico, visto che ora posso permettermi qualche sfizio tipo l'iscrizione in una squadra, mentre il secondo è puramente estetico...diciamo solo che buttare giù qualche chilo male non mi farebbe :)

Però mamma mia, quanto è faticoso. Per i primi allenamenti della stagione l'impegno richiesto al fisico è sempre più grande, e quindi più stancante. Si torna a casa e si crolla a letto, incapaci di muovere anche solo un dito. Stanchi. Con i muscoli strabordanti acido lattico, dolorosi, indolenziti. Ma spesso questo è un dolore piacevole; è quella fatica che ti fa rendere conto di come il tuo corpo pian piano si stia riprendendo, si stia riadattando a quello sforzo da anni ormai dimenticato. Ma che fatica. 

Esistono mille tipi di fatica, in fondo...la fatica fisica, quella mentale, quella mentale che poi ti porta a sentirti stanco fisicamente. Quella è una sensazione che proprio non sopporto...la spossatezza, il senso di non farcela più, la non-voglia di fare le cose che poi ti portano a sentirti stanco ache nel corpo.
È quella sensazione che ti attanaglia lo stomaco quando litighi con qualcuno a te caro, quando al lavoro le cose non vanno, quando tutto gira storto. Magari non sei stanco fisicamente. Magari è solo nella tua testa, la stanchezza...eppure non riesci a muovere un muscolo quando ti sdrai a letto, e il solo pensiero di uscire o di fare qualsiasi cosa ti stanca.

È tremendo come la mente possa soggiogare il corpo.

Ma quindi...come fare per non essere stanchi? Come fare a tirarsi su di morale quando si litiga con qualcuno? 
Voi come fate? Cosa fate?

Io...nulla. Sto a letto, aspettando che la stanchezza passi. Immobile, impassibile a ciò che mi succede. Ad occhi aperti mi chiudo in un mio mondo, e non ne esco più.

Certe volte basta cambiare nome alle cose per farle sembrare meno brutte. 

Certe volte, la fatica ci sopprime. 
Certe volte, la fatica ci deprime.

Mark Kewolgend 

giovedì 18 settembre 2014

XII post - Contraddizioni

contraddire (o meno corretto contradire) v. tr. [lat. contradīcĕre, comp. dicontra «contro» e dicĕre «dire»] (coniug. come dire; imperat. contraddici). –



Contraddire, contraddirsi, contraddizioni. Parole che sentiamo dire sempre più spesso, in un mondo dove l'integrità morale è cosa ormai dimenticata, se non sempre, almeno il più delle volte. Parole ormai diventate tristemente familiari in ambito non solo lavorativo, ma spesso (e purtroppo) anche all'interno delle mura domestiche, dove dovrebbe regnare l'integrità delle idee.

Ma perchè facciamo così? Perchè le persone non riescono a mantenere l'integrità che contraddistingue gli Uomini (con la U maiuscola) di un tempo?

Voi cosa ne pensate?
Post-lampo, lo so. Scusatemi.

Mark Kewolgend

venerdì 5 settembre 2014

11esimo post - Lavoro e Alieni



Buongiorno a tutti,

come vi avevo promesso eccomi qua a scrivere di un argomento estremamente delicato, a tratti tabù per i giovani italiani della mia età: il lavoro.

Ho pensato e ripensato a quello che avrei potuto scrivere, a come gestire questo discorso, a come fare per evitare di cadere nel qualunquismo. Dopo attenti pensieri, sono riuscito a non giungere ad alcuna conclusione.
Il lavoro nobilita l'uomo, dicono. Ed è vero. Ma il lavoro è anche in grado di annientarlo, un uomo. Marx parlava di alienazione, un concetto che nella nostra società è incredibilmente attuale.
E' facile pensare quali possano essere i lavoratori inseribili nella categoria degli "alienati". Gli alienati sono quelli che compiono lo stesso gesto dalla mattina alla sera, che non hanno possibilità di variare la loro quotidianità. In un contesto simile chiunque si alienerebbe. Ma queste persone che lavoro fanno? Operai? Muratori? Panettieri o cassieri? Non credo proprio.
I gesti ripetitivi sono nel lavoro di quasi ogni persona; tutti noi abbiamo delle cadenze, dei gesti consueti che ripetiamo ogni giorno fino a farli diventare automatici, senza quasi più pensarci. Ecco, questo credo fosse quello che intendesse Marx.

La segretaria risponde alle telefonate, il manager firma documenti, il rappresentante bussa alle porte e parla alle persone, il farmacista vende farmaci ai pazienti, l'avvocato consulta documenti e passa le ore al pc.

So perfettamente che ognuna delle figure che ho appena citato si sentirebbe chiamata in causa a rispondere che no, che non è vero, che il loro lavoro non si limita a quello.
Nulla potrebbe essere più vero.
Ma non è possibile negare che gran parte delle giornate le passino in quel modo, per quanto non vogliano (e vogliamo) rendersene conto.

E allora come si fa? Come si fa a non alienarsi, ad evitare di cadere in quel baratro del "detesto il mio lavoro, detesto la mia vita"? Credo che tutto dipenda da noi stessi.


Regola numero uno: trova un lavoro che ti piace e non dovrai lavorare un giorno in vita tua. Parole sante, parole stupende. Ma non così facilmente applicabili. Al giorno d'oggi, per i ragazzi d'oggi, trovare un lavoro è già difficile, figurarsi se ci mettiamo a fare gli schizzinosi e ad accettare solo lavori che ci aggradano.

Si accetta quello che si trova, pur di lavorare e non finire sotto i ponti.
La mia filosofia è leggermente differente, del tipo trova un lavoro e fattelo piacere. Suona incredibilmente meno poetica della frase precedente, ma credo sia la realtà. Una volta trovato un lavoro è indispensabile andare a cercare quei piccoli dettagli, quelle sfumature che ce lo fanno apprezzare. E aggrapparcisi stretti.

Regola numero due: divertiti al lavoro. Questa per me è fondamentale, e si ricollega alla uno. Dopo aver trovato lavoro bisogna cercare di essere divertenti e divertiti. Con i colleghi, con i collaboratori, con se stessi. Il divertimento nel fare qualcosa è alla base della sua buona riuscita.

E' così da sempre; fare qualcosa controvoglia porta a risultati scarsi, se non controproducenti. Se invece si trova il modo di essere amused da quello che si fa...beh, allora tutto è più semplice.

Regola numero tre: variare. Come dicevamo prima, qualsiasi lavoro ha le sue routine che rischiano di renderlo incredibilmente noioso. Personalmente, mi basta veramente poco per cambiare le mie giornate: cambio tipologia di pranzo, mi vesto in modo diverso, faccio un sorriso in più o mi prendo magari quei 5 minuti in più di pausa per sorseggiare meglio il caffè.


Regola numero quattro: (cercate di) non commettere errori. Purtroppo gli errori si pagano, e quando ne fate uno è sempre meglio ammetterlo e impegnarsi per rimediare e far sì che non succeda più.


Le "regole" che posso stilare io sono solo queste. Purtroppo la mia esperienza lavorativa non è vastissima, e più esperienza farò e più regole riuscirò a redigere.

Oggi forse ho ricevuto una bella notizia al lavoro (ma ho anche commesso un errore..). Però non bisogna mai cantar vittoria prima del previsto. Speriamo bene.




E voi? Che lavoro fate? Vi divertite? Come riuscite ad evitare di essere schiacciati dalla quotidianità di quello che fate?

Si accettano consigli. Disperatamente.


Mark Kewolgend

martedì 26 agosto 2014

X post (con una piccola particolarità)

Chissà perché in romano dieci era scritto come X. Mi informerò.

Buongiorno a tutti :)

Oggi penso di essere diventato pazzo: sono felice. Sono contento, radioso, allegro (nonostante abbia una delle scarpe nuove che mi stringe troppo il piede e quasi zoppico).
E fin qua tutto sembra normale (anche se la felicità al giorno d'oggi non è poi cosa così normale e scontata). Il fatto è che sono felice perché il lavoro è tornato a pieno regime. Pazienti che tornano dalle loro meritatissime vacanze, aziende che riaprono, fornitori che tornano a consegnare, eccetera.

Di conseguenza, devo essere impazzito.

O mi sono completamente fumato il cervello, tanto da essere veramente contento di essere sommerso per la prima volta in qualche settimana da una mole di lavoro che probabilmente mi sotterrerà (almeno per oggi), oppure sono contento perché, come detto prima, la gente rientra dalle vacanze.
So che tutti ve le siete meritate, che avete lavorato sodo per poter andare in posti da sogno con la/le persona/e che più vi sta/stanno a cuore...ma ora la pacchia è finita. Si torna al lavoro, su su.

Onestamente, io sono sempre stato il tipo che se sta lontano dalla città per troppo tempo si annoia. E che dopo un po' vuole tornare a casa. Un anno sono andato in Egitto: posto meraviglioso, gite stupende (NB: io aborro le gite prettamente "turistiche", come la gita in quad nel deserto o cose così) - pensate che quella volta ho contattato personalmente gli altri villaggi per cercare delle persone che volessero far numero per andare a vedere la tratta dei cammelli, al confine tra l'Egitto ed il Sudan, quasi in mezzo al deserto. Per arrivarci bisognava partire alle 2 di notte e fare 8 ore di pulmino - , ma dopo una settimana e mezza (e dopo aver fatto qualsiasi gita si confacesse alle mie aspettative) mi ero veramente annoiato.
Ho partecipato a qualsiasi torneo, qualsiasi gioco aperitivo, qualsiasi gara o sfida mi mettessero davanti pur di scacciare la noia.
Ma non ce l'ho fatta.
Dopo un po' mi manca il caos della mia città, mi mancano i suoi servizi, i suoi disservizi, gli impegni mondani e non, mi manca quello che gli inglesi definiscono limelight.

Presto detto: io preferisco le vacanze in città.
Le città offrono mille cose, mille spunti: adoro girovagare per una città a me sconosciuta (fortunatamente ho un buon senso dell'orientamento), perdermi in mezzo ai suoi bar, tra le sue vie, annusando quello che è il "vero odore" della città stessa.

Anche questo è strano...ogni volta che sono in una qualche città, e non sono lì in visita di piacere ma anzi mi devo fermare qualche giorno, riesco a sentire il profumo della città. Niente di mistico, semplicemente sento degli odori che sono fuori dalla mia comfort zone, odori che non sono quelli di casa e che quindi non sento miei. Ecco, questi odori riescono a farmi provare delle emozioni nuove ogni singola volta.
Nella mia mente ho l'odore di Parigi, quello di Londra...o almeno, ho le emozioni che queste città mi fanno provare grazie anche ai loro profumi.
Sono l'unico che sfrutta i profumi e gli odori per ricordare? O è una cosa che succede anche a voi?

Piccola particolarità (anche se la cosa non vi tange più di tanto, ne sono certo): questo post viene scritto in differita durante più giorni.
Tecnicamente i "più giorni" sono solo due, visto che l'ho iniziato ieri e lo termino oggi (penso). Gran cosa quella del salvataggio automatico dei lavori. Ti permette di lasciare in sospeso pensieri e frasi e di riprenderle più avanti, quando avranno attecchito ai pixel dello schermo e quando avranno un significato intrinseco maggiore.
Adoro la carta stampata, ma bisogna ammettere che certe comodità non la fanno certo rimpiangere. Con le macchine da scrivere se sbagliavi dovevi caricare un foglio speciale, tornare indietro e ribattere esattamente nello stesso punto la stessa lettera, e anche così non è che venisse proprio un lavoro pulito.
Mentre ora basta un giro di backspace e tutto scompare, tutto torna bianco, pronto per essere nuovamente impregnato di idee e concetti. E' un mondo strano, il nostro. In continua evoluzione, tanto che molti di noi preferiscono rimanere ancorati alle sensazioni del passato, chiusi nella loro comfort-zone, con solo l'intenzione di un'apertura mentale. Che probabilmente mai verrà.
E questo non è solo riferito alle persone un po' più avanti con l'età, ma spesso (e purtroppo) è un discorso che vale anche per molti miei coetanei, che magari non sono cresciuti nelle grandi città e che possiedono una sorta di refrattarietà intrinseca per quello che è nuovo.

Voi cosa ne pensate? Quanti anni avete? Pro o contro tecnologia? Pro o contro cambiamento?

Io, neanche a dirlo, sono assolutamente a favore della cosa. A favore della tecnologia (ultimo acquisto: Chromecast ), e a favore dei cambiamenti. Anche se alle volte mi spaventano un poco.
La prossima volta vorrei parlare con voi di lavoro. E' un tema alquanto delicato, soprattutto considerata la mia situazione mentale attuale. Vedremo.

Intanto vi auguro una splendida giornata, e un buon lavoro.

Mark Kewolgend

mercoledì 20 agosto 2014

Neuvième post



Bonsoir à tous,

quest'oggi vi voglio parlare della mia passione per le lingue (astenersi battute da camionista emiliano, s'il vous plait).

Ad oggi, parlo italiano, inglese e francese. Ho fatto anche per un anno un corso di giapponese, ma devo dire che impararlo nelle scuole serali è praticamente impossibile.
Ho sempre avuto un ottimo orecchio per le lingue. Non lo dico per vantarmi o chissà cosa, è una verità...sono sempre riuscito piuttosto bene nello studio di una lingua non mia, specialmente per quanto riguarda quello che gli anglofoni definiscono listening e speaking. Avendo questa sorta di "orecchio" per i suoni infatti, sono sempre stato piuttosto abile nell'interpretare e riprodurre correttamente i vari accenti di una lingua.

E' anche vero però che non mi sono mai cimentato in niente di veramente difficile, come il thailandese o il cinese (e sinceramente, quelle lingue non mi attirano nemmeno più di tanto).

E' proprio da questa mia predisposizione (e forse un minimo anche dalla passione dei film di fantascienza) che nasce uno dei miei sogni più grandi, e forse assurdi: saper parlare fluentemente qualsiasi lingua esistente.
Mi rendo conto che sia impossibile, direi quasi inconcepibile. Ma proprio per questo è un sogno, destinato a restar tale per chiunque. Dico solo che mi piacerebbe tantissimo viaggiare in qualsiasi parte del globo e riuscire a parlare con qualsiasi persona io possa incontrare lungo il percorso. Badate bene, con questo discorso non intendo dire che vorrei una lingua universale, adatta a tutti i popoli.
Quello sarebbe noioso.
Io vorrei possedere un cervello alla Matrix per poter installare magicamente qualsiasi lingua esistente, come se fosse un upgrade della mia memoria e delle mie conoscenze. Sarebbe semplicemente una cosa stupenda, nonché utilissima.

Recentemente ho letto un articolo che mi ha colpito. Parlava di questo bambino danese di 8 anni in grado di parlare ben 32 lingue! Ovviamente non le parla tutte fluentemente (altrimenti mi arrabbierei non poco), questo è scontato, ma è a dir poco impressionante il fatto che abbia "aggiunto" tra le sue lingue parlate anche il Mandarino...e in soli 3 giorni!
Direi che questo bambino è la chiave di congiunzione tra il mondo reale e Matrix. Vi metto il link all'articolo che ne parla; ovviamente la fonte non è delle più attendibili ma, dato che compare su diversi siti, direi che quantomeno è possibile ritenerla una notizia vera.
A voi il link per il giudizio finale: Denmark: 8-year Old Prodigy Speaks 32 Languages 
Per me, questo bambino è odioso. Ovviamente parlo per pura invidia.

A voi non è mai capitato di fare lo stesso mio pensiero? A me succede spessissimo. Sarà che abito in una zona multietnica di una metropoli multietnica, con i suoi colori e le sue mille sfumature, con i commercianti anziani che parlano solo nella loro lingua, e con i giovani figli di immigrati che magari di lingue ne parlano già tre.
Ho deciso; devo imparare una quarta (quinta, se contiamo quel poco che so di giapponese) lingua. Voglio fare spagnolo. Lo studierò, lo imparerò, e farò (come per il francese) un esame di certificazione, in modo poi da metterlo a CV.
A proposito di esami di certificazione...c'è un piccolo fatto curioso: mi manca quello di inglese. Nonostante sia la lingua straniera nella quale vado meglio in assoluto, non ho mai fatto un esame che certificasse il mio livello. Al liceo la professoressa voleva farmi fare il first certificate, ma io ritenni che sarebbe stato un inutile spreco di tempo e di soldi. Mi sono sempre ripromesso di fare il TOEFL, che è più americano che inglese, e che alle mie orecchie suonava un po' più cool. E invece no, non l'ho mai fatto.
Non l'ho mai fatto nonostante io conversi amabilmente con amici stranieri sparsi in giro per il mondo, alcuni nativi americani (nel senso che sono nati là, non che sono dei figli dei padri fondatori) e altri semplicemente "stranieri". Ho amici italiani che vivono in Inghilterra, che hanno passato con successo questo esame e che mi ripetono sempre che visto il mio livello non avrei alcun problema a passarlo.
E allora perché non mi decido a farlo?
Io una teoria ce l'ho, e non è neanche troppo campata in aria: ho paura. Paura di non passarlo. Paura di scoprire che il mio tanto esaltato inglese in realtà non sia sufficiente a passare l'esame. E la cosa è stupida, dal momento che ci sono delle persone che l'hanno fatto e passato che mi dicono sempre che non avrei problemi...ma la mia mente ragiona a modo suo.

E allora, cosa dovrei fare? Ascoltare me stesso o ascoltare le persone? Voi cosa ne pensate?
In fondo, questo esame serve davvero? O serve solamente a spendere dei soldi inutilmente? Sono dubbioso, e forse sto cercando in voi che leggete una scusa per non andare a farlo.
Ho paura.

Mark Kewolgend

lunedì 18 agosto 2014

VIII post (ritorniamo alle vecchie abitudini)



Scrivo di fretta questo post per porre una domanda precisa: voi avete un numero speciale, un numero che pensate vi faccia da portafortuna, un numero che ricorre spesso nella vostra vita?

Io si, e questa cosa mi ha sempre incuriosito tantissimo. Il mio numero speciale è l'8.

Dire che è ricorrente è dir poco. Sono nato l'8 del mese (come già detto, sono un Gemelli) del 1988, abito al numero 8 della mia via all'ottavo piano, la somma delle cifre del mio braccialetto da neonato (quelli identificativi che attaccano ai bambini per farli sembrare un po' più dei prodotti finiti e un po' meno umani) faceva 8 (tecnicamente, la somma è rimasta quella anche dopo 26 anni).
Inoltre il mio portachiavi ha lo spazio per 8 chiavi esatte (giuro che non l'ho fatto apposta quando l'ho comprato), mi sono laureato con un misero 88 e quel giorno ero il 17esimo nell'elenco (1+7=8), e potrei andare avanti così ancora per una mezz'ora buona.

Alle volte mi chiedo se sono io a cercare in ogni cosa questo numero e poi ad inventarmi una possibile persecuzione basata sull'assoluto nulla, o se effettivamente questa ricorrenza avviene così spesso come mi sembra di denotare.
E' una cosa che mi ha sempre incuriosito. Chissà se vuol dire qualcosa?
E poi...che numero è l'8? Cosa significa? Ha qualche significato nascosto del quale non sono a conoscenza?

Dopo una breve ricerca sul World Wide Web (giusto per vantarmi che mi ricordavo questo acronimo ormai defunto) ho visto che questo numero è:

"Femminile, pari, negativo. Numero della serie di Fibonacci.

In numerologia, il numero 8 è il frutto di una combinazione ottimale: il raddoppio del numero 4 che già da sè ha il significato di coppia. Esso rappresenta l'equilibrio, ma anche il conflitto tra spirito e materia. La somma 4+4 indica anche l'insieme di 2 quadrati, ma anche di 2 cerchi a baciare che rappresentano l'infinito. La perfezione si ottiene infine nella figura del quadrato con al centro il cerchio. La costruzione di due quadrati ruotati di 90° richiama alla rappresentazione della rosa dei venti, quella stella a 8 punte su cui sono indicati i punti cardinali (4 principali e 4 intermedi), al centro della quale è applicato l'ago della bussola.
Al concetto di otto, come numero indicante l'equilibrio del cosmo, è legato il frequente uso antico di otto pilastri per reggere la volta di templi o la struttura di mausolei e moschee.
E' facile trovare questo numero presente in numerose chiese cristiane soprattutto nella forma ottagonale dei fonti battesimali, dove si vuol richiamare l'ottavo giorno in cui Dio inizia il percorso cristiano dopo la creazione.
Gli indù ci tramandano l'immagine della dea Khalì con otto braccia, mentre i giapponesi collegano i loro mitici racconti sulle origini con le "grandi otto isole" dell'arcipelago (otto nello scintoismo significa "infinito").
Per la dottrina buddista otto sono i raggi della sacra ruota che simboleggiano le vie della redenzione."

Insomma, il numero 8 è tanta roba, come dicono oggi. E' il numero che rappresenta l'equilibrio ed il conflitto. Rappresenta l'ordine ed il caos. E' l'infinito ed è la materialità. E' anche un numero che simboleggia la morte, in termini transitori.
Nella cultura cinese il numero 8 è un numero fortunato, ha un'assonanza con la parola facai "diventare ricco" (ecco, questo non mi dispiacerebbe) ed è considerato un numero di buon auspicio.
Ricordo aver letto che la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi di Pechino fu tenuta non a caso alle ore 8.08 di sera del 08/08/2008

Vi riporto anche la fonte di cotante informazioni. Non pretendo di identificarla come fonte autorevole o meno, ma se qualcuno di voi avesse la mia stessa curiosità, può così andare a controllare il vero, intrinseco, significato del numero che più lo "perseguita"

Ora la domanda è: c'è qualcun'altra persona che ha come numero ricorrente l'8? Cosa ne pensate? Sarei curioso di scoprire se avete dei comportamenti simili ai miei, se la curiosità e la fantasia che mi contraddistinguono fanno parte unicamente della mia persona o se sono in qualche modo derivanti anche da questo "numero magico".

Vi lascio alle vostre riflessioni.
Nel frattempo, vi auguro una buona giornata ed un buon lavoro/studio/riposo :)

Mark Kewolgend

giovedì 14 agosto 2014

Una sorpresa speciale

Buongiorno a tutti :)

È qualche giorno che non scrivo sul mio diario virtuale, me ne rendo conto, quindi vi chiedo umilmente perdono se in queste notti non siete riusciti a dormire per colpa mia :)

Scrivo questo post per raccontare al mondo dell'idea che ho realizzato ieri sera. Mi spiego meglio: come tutti sapete, quest'estate non mi sono mosso e non mi muoverò dalla mia amata metropoli. Ma è anche vero che questo vale solo per me, a quanto pare.
Ecco infatti che una persona a me carissima tornava proprio ieri da quasi tre settimane di mare siculo. E qui il pensiero: cosa posso fare di carino/speciale per festeggiare il rientro?
Diciamo che stavo un po' brancolando nel buio, tentato da mille idee e da mille pensieri...poi ho deciso di preparare con le mie manine una cena di tre portate :)

Avevo detto che questo non sarebbe stato un blog di cucina, e così non sarà; questo post infatti vuole parlare di una sorpresa, di un pensiero carino, della voglia di fare qualcosa di speciale per una persona speciale.
Mi sono alzato alle 7 di mattina, e alle 8:30 mi sono messo a cucinare (la mia solita ora e mezza mattutina per svegliarmi, tanto odiata dalla mia genitrice). Il menù prevedeva:

- baci di dama salati con formaggio alle erbe e marmellata di arance
- ravioli fatti in casa ripieni di mozzarella di bufala con pesto di rucola e pomodorini di pachino
- tartare di salmone con erba cipollina e insalatina di rucola

Diciamo che per fare tutto questo per due persone ho impiegato tutto il tempo mattutino a mia disposizione, e anche qualcosa in più (ho finito di cucinare per le 14:00 più o meno).
Piccolo aneddoto divertente: intorno a mezzogiorno sono stato chiamato da Radio Deejay :)
Parlavano di cibo, di chi fosse a casa a cucinare cosa, e siccome non avevo nulla da fare ho mandato un sms; dopo neanche 5 minuti sono stato richiamato :)

Mi hanno chiesto quale fosse il menù, per chi stessi cucinando e cose così. Dopo la mia telefonata è scattata la polemica sugli uomini che cucinano; il conduttore diceva che certe cose deve farle la donna, che un uomo che cucina fa calare la sua virilità agli occhi di una donna, ecc ecc. La conduttrice invece mi difendeva, dicendo che era un gesto carino e che facevo bene :)

Voi cosa ne pensate? L'uomo che cucina sbaglia? Io credo che, come è successo a me ieri, se una persona ha voglia di cucinare per passione, amore, amicizia o quello che volete...può e deve farlo.
L'uomo in salotto e la donna attaccata ai fornelli sono immagini che ormai non esistono più in (quasi) tutta Italia, figurarsi nel mondo. Molti dei più grandi chef sono uomini. Quindi che è questa storia che ho fatto qualcosa di male?!?!
La cosa bella è che comunque ho monopolizzato la puntata...anche dopo la telefonata continuavano a tirarmi in ballo :)

Fatto sta che la sorpresa è piaciuta tantissimo, che per essere la prima volta che mi applicavo su cose mai fatte non è stato niente male, che la presentazione lasciava un po' a desiderare ma in fondo non potevo fare tutto bene...!

Vi metto un piccolo reportage fotografico della mia impresa...purtroppo non c'era una gran luce per le foto, ma tant'è.


Mark Kewolgend